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Buried – Sepolto: il thriller con Ryan Reynolds che va rivisto oggi

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Buried - Sepolto locandinaBuried – Sepolto
Diretto da Rodrigo Cortés
Sceneggiatura di Chris Sparling
Prodotto da Versus Entertainment, The Safran Company, Dark Trick Films

Protagonisti: Ryan Reynolds, José Luis García Pérez, Robert Paterson, Stephen Tobolowsky, Samantha Mathis, Ivana Miño, Warner Loughlin, Erik Palladino

Fotografia: Eduard Grau
Musiche: Víctor Reyes
Produzione: Versus Entertainment, The Safran Company, Dark Trick Films
Data di uscita: 2010-09-24
Durata: 95 minuti
Generi: Thriller
Lingua originale: EN

Buried – Sepolto – Trama

Iraq, 2006. Paul Conroy è un camionista civile americano, assunto dalla società appaltatrice CRT per condurre convogli di rifornimento nella zona di guerra. Quando il suo convoglio viene attaccato da un gruppo di insorti Paul perde i sensi e si risveglia sepolto a tre metri di profondità, chiuso in una cassa di legno, con un accendino, un cellulare e novanta minuti d’aria a disposizione. Non c’è una trama fatta di tradimenti o misteri da risolvere, c’è solo la fisica brutale della sopravvivenza, scandita da un orologio invisibile che nessuno può fermare.

Attraverso il cellulare, con segnale che va e viene, Paul prova a contattare chiunque possa aiutarlo: il datore di lavoro, il 911, l’FBI, sua moglie Linda, persino sua madre, ormai incapace di riconoscerlo a causa della demenza. Dall’altra parte della linea arrivano anche le richieste di riscatto del suo rapitore, Jabir, e le rassicurazioni caute di Dan Brenner, funzionario del Dipartimento di Stato incaricato di seguire il caso. Nessuno di questi interlocutori lo vede, ma ognuno gioca un ruolo decisivo nella sua agonia, in un film che si gioca interamente sul filo della voce e del tempo che scorre.

Curiosità sul film Buried – Sepolto

  • Nato da un budget quasi inesistente. Lo sceneggiatore Chris Sparling concepì originariamente Buried come un progetto a costo quasi nullo (si parla di appena 5.000 dollari) pensato per essere girato con mezzi minimi. Solo il coinvolgimento di Ryan Reynolds e di un regista disposto alla scommessa portò il budget fino a circa 2 milioni di dollari.
  • Un debutto al Sundance. Il film fu presentato in anteprima al Sundance Film Festival del gennaio 2010, prima di trovare una distribuzione internazionale.
  • Un incidente sul set diventato aneddoto. Durante una delle scene con l’accendino, Ryan Reynolds si procurò accidentalmente un’ustione al braccio, rimasta parte del film finito.
  • Un regista tuttofare. Rodrigo Cortés non si è limitato alla regia, ha firmato personalmente anche il montaggio del film, un dettaglio non scontato per una produzione di questa complessità tecnica.
  • Numeri che parlano da soli. A fronte di un budget di circa 2 milioni di dollari, il film ne ha incassati quasi 19 in tutto il mondo, un rapporto costo/ricavo che resta tra i più notevoli del cinema indipendente americano degli anni duemila.

Recensione

Pochi film hanno saputo trasformare un vincolo produttivo in una dichiarazione di poetica con la stessa radicalità di Buried. L’idea di girare un intero lungometraggio dentro una cassa di legno, con un solo attore visibile per l’intera durata, avrebbe potuto facilmente risolversi in un esercizio accademico fine a se stesso. Rodrigo Cortés sceglie invece di trattare quel limite come materia prima della messa in scena, costruendo un film che riesce a essere insieme minimalista nei mezzi e massimalista nella tensione emotiva che produce.

Il merito principale va probabilmente diviso in parti uguali tra la sceneggiatura di Chris Sparling e l’interpretazione di Ryan Reynolds, che qui abbandona quasi del tutto i riflessi da commediante con cui il pubblico lo aveva conosciuto fino a quel momento. Paul Conroy non è un eroe d’azione né un genio tattico capace di risolvere enigmi sotto pressione, è un uomo comune, spedito in una zona di guerra da un contratto di lavoro più che da una scelta ideologica, che attraversa nell’arco di novanta minuti un intero spettro emotivo; il diniego iniziale, la rabbia, il calcolo lucido, la disperazione, momenti fugaci di speranza subito ridimensionati. Reynolds costruisce questo percorso quasi esclusivamente attraverso la voce e il volto, in un contesto fisico che gli lascia pochissimo margine di movimento, è una prova attoriale che merita di essere ricordata come uno dei suoi risultati più maturi, ben al di là dell’immagine pubblica che la sua carriera avrebbe poi consolidato.

Cortés ha la lucidità di non affidarsi a colpi di scena narrativi per sostenere il ritmo del film. La vera tensione di Buried non riguarda il “come scappa” il protagonista, quanto piuttosto il “come mantiene il controllo” mentre l’ossigeno diminuisce e la batteria del telefono si scarica. Ogni telefonata diventa una battaglia a sé, spesso più dolorosa di qualunque minaccia fisica. La scena in cui Paul chiama la madre, incapace ormai di riconoscerlo per via della demenza, funziona proprio perché non ha nulla a che fare con il meccanismo di suspense che regge il resto del film, e proprio per questo colpisce con una violenza emotiva diversa, quasi silenziosa. È un’intuizione di scrittura che eleva il film oltre il semplice esercizio di stile da survival thriller: la vera minaccia, in certi momenti, non viene dalla mancanza d’aria, ma dalla scoperta di quanto poco controllo Paul abbia mai avuto sulla propria vita anche prima di finire sepolto.

Sul piano visivo lo spazio ridottissimo della cassa costringe Cortés a inventare una grammatica quasi inedita per il cinema di genere. Luci radenti tagliano il buio in modo chirurgico, i primissimi piani distorcono i lineamenti di Paul restituendo fisicamente la sensazione di soffocamento, e la fotografia rinuncia programmaticamente a qualsiasi respiro visivo esterno: non ci sono paesaggi, non c’è spazio negativo, tutto si gioca nella micro-scala di un volto sudato e di mani che tastano il legno alla ricerca di una via d’uscita che forse non esiste. La colonna sonora di Víctor Reyes accompagna questa claustrofobia con estrema parsimonia, lasciando che siano i respiri affannosi e i silenzi carichi di tensione a costruire l’atmosfera, piuttosto che affidarsi a stacchi musicali enfatici. Il montaggio, curato dallo stesso Cortés, rispetta questa logica di sottrazione: ogni elemento assente (musica, spazio, personaggi visibili) funziona come amplificatore della pressione psicologica piuttosto che come semplice limite tecnico da aggirare.

Va riconosciuto che un film costruito interamente su questi vincoli rischia sempre di esaurire il proprio slancio prima dei titoli di coda e alcuni snodi della sceneggiatura, in particolare quelli legati alla burocrazia governativa e aziendale che circonda il caso di Paul, avrebbero forse potuto essere sfrondati senza perdere di efficacia. Resta però un’operazione sorprendentemente coerente con se stessa dall’inizio alla fine, capace di trasformare un’idea produttiva a rischio di sembrare un mero espediente pubblicitario (un film girato interamente dentro una scatola) in una riflessione autentica sulla resistenza psicologica umana di fronte all’inafferrabile. Pochi survival thriller a basso budget sono riusciti a restare così fedeli, per tutta la propria durata, alla radicalità della propria premessa iniziale.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Buried ha incassato circa 19 milioni di dollari a fronte di un budget di appena 2, un rapporto tra costo e ricavo che resta tra i più notevoli del cinema indipendente americano recente. Il voto tiepido raccolto su alcune piattaforme aggregatrici non rende giustizia a un film che, riguardato oggi, funziona come uno dei più riusciti esperimenti di cinema di sottrazione degli ultimi vent’anni: non un thriller tradizionale dove la trama tiene insieme gli elementi, ma un racconto sulla resistenza psicologica capace di reggersi quasi interamente sulla voce di un solo attore. È indicato per chi cerca un’esperienza cinematografica che non permette di distogliere lo sguardo, che trasforma lo schermo in una trappola condivisa con il protagonista, e che dimostra come un vincolo produttivo estremo possa diventare, nelle mani giuste, una vera e propria dichiarazione di stile.

Film correlati a Buried – Sepolto

  • Phone Booth (Joel Schumacher, 2002) – altro esperimento di cinema quasi interamente vincolato a un solo spazio fisico e a una linea telefonica come unico strumento di contatto con il mondo esterno.
  • 127 Hours (Danny Boyle, 2010) – coevo di Buried, condivide il tema della sopravvivenza in isolamento estremo e la sfida di sostenere la tensione con un solo protagonista in scena.
  • Locke (Steven Knight, 2013) – per lo stesso principio produttivo (un attore, uno spazio chiuso, il resto del mondo solo attraverso il telefono) applicato a un dramma esistenziale anziché a un survival thriller.
  • Gravity (Alfonso Cuarón, 2013) – diverso per scala produttiva, ma affine nel mettere in scena l’isolamento assoluto come condizione centrale dell’esperienza dello spettatore.

Trailer

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