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- Nascita di una nazione -
di Francesco Ippolito

REGIA:
David W. Griffith
ANNO:
1915
PRODUZIONE:
USA
INTERPRETI:
Lillian Gish
Henry B.Walthall
Mae Marsh

Tratto da una novella di Thomas Dixon, "The Clansman", "Nascita di una nazione" è uno dei film più controversi di Griffith: fin da subito fu al centro di polemiche a causa del profondo impegno politico che vi era alla base (la proiezione in anteprima del film fu accompagnata da una vera e propria sommossa che costrinse la polizia locale ad intervenire per placare gli animi).
David Warth Griffith non teme di lasciar trasparire, in questa pellicola, le sue origini di uomo del sud: narra appassionatamente le vicende di una ricca famiglia sudista, i Cameron, che si ritrova in balia dei negri liberati dai nordisti.
In effetti il film è da apprezzare più per la sua abile consapevolezza narrativa, per la sua maestria tecnica ed estetica che per il suo messaggio politico, non certo condivisibile e di difficile comprensione, anche cercando di tenere in considerazione il peculiare contesto socio-politico dell'epoca.
I neri vengono infatti connotati, fin da subito, come portatori di un malumore sociale (vedi la seconda didascalia: "L'arrivo degli schiavi dell'africa ha contribuito a far germogliare il seme della discordia.") che minaccia pericolosamente i rapporti tra gli stati del nord e quelli del sud. Sono rappresentati come persone ignobili, incapaci di provare il benché minimo senso di rispetto anche tra di loro (basti pensare alla cameriera dei Cameron - nera - che dice ad un altro nero: "Ehi tu, nordista, sporco rifiuto negro, non darti tante arie con me.", oppure a un gruppo di soldati di colore, nordisti, che frustano un'altra persona di colore perché non ha votato per la lega); il senso della lealtà sembra non appartenergli (dopo una rissa un gruppo di neri spara alle spalle di un bianco - disarmato - che aveva avuto la meglio su di loro) così come estranea è loro la capacità di assumere comportamenti civili in pubblico, anche quando sono riusciti ad ottenere importanti cariche istituzionali (al parlamento, durante una seduta, uno di loro si toglie le scarpe e poggia i piedi nudi sul tavolo).
Questi pochi esempi dovrebbero essere sufficienti per illustrare, in modo molto approssimativo, l'andamento della pellicola per quel che riguarda il discorso sociale intrapreso, contaminato da una sorta di "razzismo latente" che porta, alla fine, a legittimare la formazione del "Ku Klux Klan", reinterpretato come nobile espressione di patrioti sudisti che non vogliono rassegnarsi allo stato di disordine sociale che è seguito alla abolizione della schiavitù.
Tentando di ignorare, per il momento, il fastidio derivante da posizioni politiche così nette e spiazzanti non si può fare a meno di celebrare il vero merito della pellicola: la carica innovativa di soluzioni linguistico-stilistiche coraggiose e consapevoli a partire dalla carica drammatica che viene attribuita al primo piano e al piano americano.
"Nascita di una nazione" può essere considerato, sotto molti aspetti, un film "moderno" per la riduzione dell'enfasi recitativa degli attori, che non si sbracciano più in grotteschi gesti teatrali nel tentativo di esprimere al meglio i moti interiori che li animano: l'avvicinamento della macchina da presa al volto dell'attore permette a quest'ultimo di rendere significativa anche la mimica facciale, ottenendo come primo risultato una più reale rappresentazione dei sentimenti per approdare, infine, ad una rappresentazione psicologica profonda.
Griffith tenta quindi di abbandonare, in buona parte riuscendoci, ogni residuo teatrale già nel 1915. Tale orientamento stilistico è rilevabile anche nell'uso espressivo di quella che può essere considerata la "materia prima" del cinema: la luce. Egli usa la luce naturale e quella artificiale con l'intento di "drammatizzare" la narrazione, adeguando così la resa visiva della storia alla dimensione narrativa.
Questa sua volontà di "realismo storico" è apparentemente in contrasto con l'uso di mascherini che, si sa, riportano alla mente dello spettatore l'irrealtà essenziale della rappresentazione filmica; ho detto "apparentemente" perché ad uno sguardo più attento, anche tralasciando fattori secondari (anche se non per questo meno importanti) quali la minore resa realistica di una cinematografia muta e dai movimenti accelerati - quindi di per sé più lontani dalla realtà di una pellicola moderna -, il mascherino viene utilizzato a scopi strettamente narrativi, per catturare l'attenzione dello spettatore su un dettaglio giudicato importante ai fini dell'esposizione dell'intreccio (vedi il dettaglio della pistola nella sequenza dell'assassinio del presidente Lincoln).
Griffith rielabora in chiave moderna il film storico italiano, avviando un discorso narrativo-estetico che verrà più volte ripreso in seguito.

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