-
Buon compleanno Mr. Grape -
di Francesco Bristot
REGIA:
Lasse
Hallström ANNO:
1994 PRODUZIONE:
USA INTERPRETI:
Mary
Steenburgen
Leonardo DiCaprio
Juliette Lewis
Johnny Depp
Trama:
Gilbert Grape (Johnny Depp) è il semplice
commesso di un drugstore a Endora, cittadina dello Iowa dove non
sembra accadere mai nulla. Suo padre è morto suicida, e da
allora la madre è ingrassata paurosamente e caduta in depressione
fino al punto da non uscire mai di casa. Suo fratello (Leonardo
Di Caprio) è mentalmente ritardato e ha il vizio
di cacciarsi nei guai. Le sorelle sopportano a stento quest’esistenza.
Nemmeno la relazione segreta con una donna sposata sembra offrire
alcuno spunto. Per fortuna, ad aprire a Gilbert un nuovo orizzonte,
arriva Becky (Juliette Lewis).
“Minimalista”,
lo si potrebbe definire. Tutto in questo film è piccolo,
dalla cittadina alle vite dei suoi abitanti ai loro redditi. Le
uniche due cose grandi sembrano essere la madre dei protagonisti
e l’immenso cielo che sovrasta tutto.
Le storie dei personaggi procedono sovrapponendosi, tra momenti
melodrammatici e stemperate d’umorismo, fino al ciclico finale.
Non si può dire che esista una vera e propria trama, poiché
assistiamo ad uno spaccato di vita e la vita solitamente una trama
precisa non ce l’ha. C’è però delicatezza,
partecipazione, nel trattare la materia, non il distacco o la freddezza
tipici di un certo cinema realista.
La regia e tutto il lavoro “dietro le quinte” sono,
forse volutamente, invisibili. Non ci sono grandi movimenti di camera,
né grandi effetti, né una particolare colonna sonora
o trucco o costumi. È appunto un film essenziale, “minimalista”.
La fotografia è però curata, specialmente nei passaggi
dallo squallore degli interni al sublime incanto dei paesaggi.
Se il film si regge sui personaggi, è inevitabile che si
regga sugli attori che li impersonano. Ed è qui che viene
fuori la vera ragion d’essere della pellicola. La Lewis, che
può apparire molto espressiva a chi non la conosce molto,
si rivela purtroppo limitata agli occhi di chi già l’abbia
un po’ seguita: le sue interpretazioni, benché meritevoli
di plauso, alla fine sembrano tutte uguali. Cosa che non si può
dire per Depp e Di Caprio. Splendido il primo, immedesimatosi totalmente
nel personaggio, al punto da aver più volte confessato di
aver identificato questo periodo della sua vita con la realtà
di Gilbert Grape: una profonda, devastante solitudine, la gabbia
dell’esistenza che lo legava ad un luogo mentre il suo sguardo
vagava su di un orizzonte tanto sterminato quanto impossibile da
raggiungere, la sensazione che tutto si reggesse sulle sue spalle.
E Di Caprio, in un ruolo difficile com’erano molti di quelli
da lui interpretati all’inizio della fase matura della sua
carriera (“Poeti dall’inferno” o “La
stanza di Marvin”, per esempio), si è aggiudicato
meritatamente la nomination all’Oscar quale miglior attore
non protagonista.
Un film consigliato a qualunque adolescente si senta ingabbiato
alla realtà in cui vive: come lo scintillio di un caravan
all’orizzonte, prima o poi la liberazione arriva.