cineMania - LIFE DURING WARTIME di giulio_l87


LIFE DURING WARTIME di giulio_l87
Data: Sunday, 16 May @ 09:53:37 CEST
Argomento: Recensioni


Paradigmi di inconciliabilità tra perdono ed oblio



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Perdona e dimentica

Regia di Todd Solondz
Con Shirley Henderson, Ciaran Hinds, Ally Sheedy, Allison Janney, Paul Reubens, Chris Marquette, Charlotte Rampling, Michael K. Williams, Gaby Hoffmann, Renee Taylor

Sono passati dieci anni da quando la famiglia Jordan è andata in frantumi e ancora molte cose non sono andate a posto. Joy scopre che suo marito Allen non è proprio guarito dal particolare “male” che lo affligge e se ne va, cercando consolazione e consiglio dalla propria madre e dalle sorelle Trish e Helen. La prima incontra Harvey, un divorziato solitario giunto al pensionamento, e spera che un nuovo uomo in casa possa portare stabilità alla sua fragile famiglia; Helen invece si sente immolata sia alla famiglia sia al suo successo a Hollywood. La loro madre, Mona, non riesce a liberarsi dal rancore che prova nei confronti degli uomini mentre Bill, l’ex marito di Trish, appena rilasciato dal carcere, tenta strenuamente di ristabilire il contatto con il figlio Billy.


VOTO: 7/8

Giudizio: SENSIBILMENTE CEREBRALE

Complimenti al regista T. Solondz per far parte di quegli autori che realizzano un cinema “diverso”, di rottura, anticonformista, antiperfezionista, ma che lo fanno con cervello. “Life during wartime” è tanto complesso e multicolore quanto diretto ed estremamente semplice. A partire dal registro adottato, veramente un unicum nel panorama cinematografico, che non è proprio grottesco, ma ci si avvicina, non è proprio “alla fratelli Coen”, ma ne è una variante assimilabile. Solondz fa piangere dal ridere e fa morire di paura e dolore per la storia che ci presenta. Anche la filmografia dei due grandi maestri, i Coen per l’appunto, è geniale, frutto di un’ipertrofia cerebrale e di un eccesso di neuroni, al punto da lasciare qualunque spettatore, dal più inesperto al più raffinato, del tutto senza parole. Ma Solondz è violento nel trasmettere concetti interi e profondità di prospettive, senza mezzi termini, libero da censure e riserve mentali, senza ammiccare al pubblico medio: percepiamo che oltre a giocare con un humour spietato, a voler fare satira, condanna, accendere le menti quasi fosse un neo-illuminista, sulla pellicola c’è impressa una paura, un senso di insicurezza personale che non è puro e semplice pessimismo.
Per capire questo parallelismo basterebbe guardare al finale di “A serious man” (dei Coen) e confrontarlo con quello di Solondz (dati i numerosi punti di contatto fra i linguaggi e l’ambientazione ebraica fortemente caratterizzata in entrambi). Si tratta di scene finali ambedue d’impatto, che lasciano spiazzati perché improvvise e radicali nel contenuto.
Nel bellissimo film dei due fratelli si preannuncia un cataclisma terrestre, con un cielo invaso repentinamente dalle nubi di un giudizio universale ineluttabile e, quel che è peggio, ingovernabile, casuale. In Solondz, al contrario, c’è solo un incontrollabile dolore che sale da dentro nel bambino protagonista, una cupa verità che gli accende le guance e parla da sé: è come un sasso scagliato sulla platea che guarda.


Il tema centrale è il perdono, in tutte le sue forme e per tutti i difetti o errori, dai più comici (come le perversioni sessuali dell’ultimo fidanzato tossicodipendente della fragile Joy), ai più comuni (come l’egoismo della nevrotica sorella Helen), a quelli più “attuali” (il piccolo Timmy si chiede come si possano perdonare i terroristi dell’11 settembre- “sono morti!”), fino ai più irrazionali, torbidi e proprio per questo imperdonabili ( aver un padre pedofilo). Il filo conduttore dell’intero film è il costante altalenare della telecamera fra un obiettivo cinico e cerebrale (l’anima comica) ed uno sofferto, spogliato di tutto, ingenuo. L’impressione che l’opera sia molto personale, cucita stretta sul regista (perciò anche molto autoreferenziale) è data proprio da questa ambigua e doppia identità: come si può descrivere con più naturalezza e verità la scena del dodicenne Timmy che scopre di avere un padre pedofilo e chiede alla madre Trish (protagonista del film, se proprio si vuole trovare un personaggio principale) cosa faccia un uomo con un ragazzo. È una delle scene più atroci mai viste sullo schermo, molto più di immagini di violenza e sangue: è stato messo su un dialogo da brividi per innocenza e crudeltà insieme. Si sale e scende tra comico e tragico, come si confondono il candore dei bambini e l’abisso della mente di un pedofilo che è innanzitutto padre.

“Perdona e dimentica”: questo è ciò che continuamente i personaggi si ripetono. Se lo gridano in faccia senza fermarsi realmente a riflettere sul significato. Se il perdono è autentico non si nutre rancore, non si ha più sfiducia nell’altro, si dimentica. Questa è l’illusione in cui inciampiamo stupidamente, l’illlusione che sia così facile perdonare e dimenticare, soprattutto che la rimozione sia conseguenza proprio della comprensione e della metabolizzazione del torto subito. Timmy, prossimo al suo bar mitzvah, quindi vicino all’età della maggiore età secondo la religione ebraica, tira fuori un insegnamento per il mondo degli adulti, mostrando quella maturità che paradossalmente si ha proprio quando si è bambini, quando invece di porsi mille interrogativi si è alla ricerca di risposte e soluzioni definitive, l’età in cui non sapendo quasi nulla si raggiungono certezze che si dimostrano a posteriori incontrovertibili. Riconosce che non si può perdonare ed insieme dimenticare: l’oblio è la conseguenza piuttosto del non voler perdonare, si rimuove dalla mente qualcosa per non dovervi più pensare e quindi senza riconciliazione. Quando si perdona si ricorda tutto. Qui sta la contraddizione più vera, l’intuizione brillante e, proprio per assurdo, ridicola e banale. Il film si chiude come un cerchio perfetto. Nonostante alcune lacune nel mezzo, una narrazione non proprio lineare, personaggi non definiti e che dunque non lasciano un contributo significativo (come quello della sorella minore delle tre, Joy, e anche quello interpretato da Charlotte Rampling, straordinariamente brava), la chiusura è perfetta. Timmy mette in atto la sua vera scoperta esistenziale: che al di là delle belle intuizioni logico-filosofiche, non gliene importa un bel niente dei significati reconditi della formula matematica “perdona e dimentica”, né del binomio “libertà e democrazia” che fa tanto sogno americano. Quel che vuole è il padre.

Il senso delle parole, così calibrate e ben scelte (miglior sceneggiatura a Venezia 2009), si mostra in tutta la sua vacuità. È effimero il dialogo, effimeri siamo noi con gli altri, nelle conversazioni, nelle espressioni del volto, finanche nelle relazioni vissute, se messi davanti a ciò che potremmo, vorremmo vivere ed essere. Se messi di fronte al nostro stesso contenuto.

LE FRASI

Joy: “ Immagina un mondo in cui nessuno finga”

SCENE CULT

scena comica : Trish che descrive concretamente al figlio le sensazioni che una donna prova quando è eccitata.

scena drammatica: Bill, il padre pedofilo, va a trovare il figlio primogenito al college, facendogli domande dirette sulla sua sessualità, per accertarsi che non diventi come lui. Ci si sente colpevoli, ingiusti, sporchi di qualcosa.



GL

 







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