-
L'odore del sangue -
di Livio Marciano
| |
REGIA:
Mario
Martone
ANNO:
2004
PRODUZIONE:
Italia
INTERPRETI:
Sergio
Tramonti
Giovanna Giuliani
Fanny Ardant
Michele Placido |
Carlo,
giornalista-scrittore di mezza età, ama la moglie Silvia
ma ha una relazione sessuale con un’altra donna, la giovane
Lù. Quando Silvia comincia a frequentare un giovane picchiatore
fascista con il culto della forza, Carlo si sente tradito e inizia
un tragico percorso in cui cerca di approfondire ogni dettaglio
dell’avventura della moglie, fino al drammatico epilogo.
Il
nuovo film di Martone è tratto dal romanzo
di Goffredo Parise, uscito postumo. Poche sono
le varianti al libro, ma alcune particolarmente significative. Soprattutto
l’idea del regista di non far apparire mai il giovane amante,
se non negli incubi di Carlo. Una scelta dettata dalla volontà
di rendere in maniera ancora più ambigua questa figura. Carlo
sa solo quello che gli racconta la moglie, cioè filtrato
univocamente. La caratteristica principale emergente da questa scelta
è l’istinto del protagonista maschile, la sua capacità
quasi animale di sentire l’odore di qualcosa di tragico, senza
però avere i mezzi per impedirlo, senza avere la possibilità
di evitarlo.
E’ un espediente molto importante perché sottolinea
l’ambivalenza dei rapporti sentimentali: da un lato l’attrazione
fisico-sessuale e dall’altro la componente puramente ideologica,
di pensiero, il filtro dell’idea che si ha dell’altra
persona. Nel film è evidente questa duplicità: da
un lato la passione sessuale del rapporto tra Lù e Carlo,
dall’altro il legame platonico (Silvia e Carlo).
L’inizio del film descrive con minuzia di particolari la carnalità
di Carlo, nel suo rapporto disinibito con Lù, nel suo comparire
sulla scena nudo, sulla spiaggia assieme a lei, sottolineando un
legame essenzialmente fisico. Successivamente comincia a dipanarsi
anche l’altra coppia di protagonisti: Silvia e il sedicente
giovane di cui lei rimarca l’incalzante corte. Silvia è
una figura molto più complessa di Carlo, è una figura
femminile tout-court, con le sue attese, le sue malinconie, i suoi
masochismi.
Il rapporto che ha Silvia con il giovane è malato fin dall’esordio:
egli è molto più giovane di lei, ha un’altra
estrazione socio-culturale, è un violento. Tuttavia egli
va a riempire un vuoto che nella donna è evidente. Un vuoto
fisico, sottolineato dalle continue allusioni alla casa lasciata
spesso vuota dalle ripetute assenze di Carlo; un vuoto mentale,
dettato dalla debolezza del marito che in qualche modo viene riempito
da questo giovane arrogante e prepotente.
Il rapporto di Carlo e Silvia è molto parlato, molto cerebrale,
in cui domina l’ossessione delle telefonate, delle domande
insinuanti, degli incubi incalzanti. Carlo appare come un uomo molto
egoista, che segue le sue passioni inconsapevole di lasciare dietro
di sé cicatrici enormi. Silvia è una donna dominata
dalle sue debolezze, dalla nostalgia, dalla volontà di essere
posseduta da un altro uomo, che la costringe a fare cose che non
aveva mai pensato di fare. La sua volontà è completamente
annientata di fronte alla prepotenza crescente del giovane, totalmente
incapace di opporre una qualunque resistenza.
Lei è attratta dalla violenza, dalla brutalità, dalla
volontà di soddisfare i bisogni dell’amante anche se
sono palesemente contrari al sentire comune o ai suoi desideri.
Carlo percepisce il pericolo che sta correndo la moglie, ma il suo
egoismo, il suo egocentrismo, gli impediscono di fare qualcosa di
concreto per aiutarla. Egli si limita a ossessionarla con continue
richieste di particolari, anche fisici, del giovane con cui intrattiene
un rapporto. Egli ha il sentore della tragedia ma è una tragedia
inevitabile. La donna si fa irretire da un gioco molto pericoloso,
fatto di dominio, di umiliazioni, di morte.
Dal punto di vista registico l’aspetto della previsione è
evidenziato dal sogno in cui Carlo immagina la moglie impegnata
in una fellatio al giovane. Episodio che puntualmente, in un momento
successivo del film, gli sarà raccontato dalla moglie come
realmente accaduto. I personaggi del romanzo sono abbastanza stereotipati
ed era difficile trarne un film di un certo spessore.
Va riconosciuto il merito a Martone di aver portato sullo schermo
un libro molto scomodo, disturbante. Merito del regista è
quello di aver trovato soluzioni decisamente cinematografiche per
un discorso affatto scontato.
L’impianto teatrale del film non nuoce al suo svolgimento.
Sembra che l’autore si trovi totalmente a suo agio utilizzando
entrambi i mezzi espressivi. La teatralità è evidente
soprattutto nella molteplicità dei dialoghi, mai banali,
nonostante l’esplicito riferimento a un linguaggio spesso
poco cinematografico. Un discorso che si fa cinema con il sapiente
utilizzo della macchina da presa e le esplicite citazioni al maestro
Antonioni. La telecamera è spesso impiegata per scoprire,
indagare, accarezzare i corpi, in base al contesto in cui si trovano.
Ne è venuto fuori un film che può infastidire, molestare
lo spettatore nel porlo di fronte all’eros manifesto e a quello
non manifesto.
I personaggi femminili sono decisamente più intriganti di
quello maschile, grazie ad una splendida interpretazione delle due
attrici, Fanny Ardant e Giovanna Giuliani
nella parte della giovane Lù.
Carlo è molto più stereotipato. Egli è una
figura maschile abbastanza convenzionale. Da questo punto di vista
la sceneggiatura e il regista non offrono nulla di nuovo nella resa
del personaggio. Tanto meno la offre l’interpretazione di
un bolso Michele Placido, ormai incapace di una
qualsiasi recitazione che non sia il ripetere all’infinito
sé stesso.
Ultimo importante dato, Parise fu l’intellettuale italiano
che più si adoperò per la distribuzione del film di
Truffaut L’Enfant sauvage e fu anche il traduttore dei dialoghi
di Jules et Jim. La scelta di Fanny Ardant come protagonista di
un film tratto da un romanzo di Parise oltre che molto felice, appare
come una sorta di disegno del destino.
Contatta
l'autore