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Le chiavi di casa -
di Livio Marciano
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REGIA:
Gianni
Amelio
ANNO:
2004
PRODUZIONE:
Ita/Fra/Ger
INTERPRETI:
Andrea
Rossi
Charlotte Rampling
Kim Rossi Stuart |
Due
uomini si incontrano alla stazione: uno sta passando le consegne
di un’esperienza difficile all’altro. L’esperienza
difficile si chiama Paolo, ragazzo quindicenne, nato da un parto
disgraziato che ha segnato indelebilmente il suo corpo, ha ucciso
la madre e allontanato il padre. Proprio il padre è uno dei
due uomini della stazione. Maturato, cresciuto, segnato dalla vita
e da una nuova esperienza di paternità, ha deciso di prendersi
finalmente cura del figlio abbandonato tanto tempo prima. Sarà
proprio Paolo, attraverso un difficilissimo percorso comune, a infondere
la fiducia e il coraggio di affrontare il “problema”
insegnando al padre un nuovo modo di affrontare la vita.
Le chiavi di casa è il nuovo, attesissimo film di Gianni
Amelio.
L’ispirazione della pellicola è venuta dal romanzo
Nati due volte di Giuseppe Pontiggia.
Il testo di Pontiggia è citato espressamente nel film: è
il libro che Charlotte Rampling consiglia a Kim
Rossi Stuart durante uno dei loro incontri presso la clinica
tedesca.
Le chiavi di casa rappresentano la metafora principale del film.
Le chiavi accompagnano lo svolgimento dell’azione, sono orgogliosamente
brandite da Paolo come strumento di emancipazione e, nel contempo,
come momento assoluto di chiusura del ragazzo in sé stesso,
una sorta di autodifesa nei confronti dell’esterno. La chiave
consente l’accesso ad un luogo intimo, la casa appunto, e
il luogo intimo, in questo caso, è costituito da cuore e
anima del protagonista. Paolo, come molte persone nella sua situazione,
è amante della vita, ha un’energia e un’allegria
incredibili, riesce ad affrontare la propria malattia cercando di
ritagliarsi una normalità nelle piccole cose quotidiane,
comuni ai ragazzi della sua età: il gioco elettronico, la
formazione della Lazio e il calcio, la fidanzatina norvegese con
la quale ha intrapreso un rapporto epistolare. Il padre parte da
una situazione di estremo svantaggio, ha troppe cose da farsi perdonare.
All’inizio lo vediamo impacciato eppure assalito da una tenerezza
quasi morbosa nei confronti di quel figlio che, per anni, ha finto
di dimenticare.
Il viaggio a Berlino occupa la prima parte della pellicola ed è
tutto giocato su questo cauto avvicinamento tra padre e figlio,
con momenti di estrema tenerezza, alternati a momenti di panico
e di tensione.
Questa è la parte più convincente e più riuscita
del film di Amelio. Il regista sa tenersi in disparte, per lasciare
spazio alla bravura dei due protagonisti. La telecamera esplora
con frequenti primi piani in campo e controcampo che sanno alternare
tensioni e tenerezze. I due protagonisti si inseguono, si “annusano”,
si studiano, cercando disperatamente di trovare un punto di incontro.
Il padre continua a non accettare i momenti di chiusura estrema
del figlio, i momenti in cui questi elenca gli impegni quotidiani,
ostenta le chiavi di casa come simbolo di indipendenza, momenti
in cui è maggiormente in difficoltà, in cui il suo
mondo interiore si chiude ermeticamente a quello esterno.
In questa fase, grande rilevanza ha la figura interpretata da Charlotte
Rampling, madre di una ragazza gravemente handicappata, per la quale
la donna ha sacrificato ogni energia vitale. L’attrice americana
funge da guida spirituale allo smarrito Rossi Stuart. Lei è
portatrice del messaggio forte del film: “i portatori di handicap
non soffrono molto della loro condizione, i genitori sono destinati
a prendere il pesante fardello sulle proprie spalle”.
Il film affronta tematiche molto difficili e, nel complesso, lo
fa in maniera non banale.
Bravo è il regista, soprattutto nella fase di (ri)costruzione
del rapporto padre-figlio, a filmare nel modo più convincente
e meno retorico gli sforzi di entrambi.
Meno convincente è la seconda parte, quando Paolo è
costretto da una dottoressa, dipinta come una sottospecie di kapo’
dei campi di concentramento nazisti, a subire una serie di sedute
fisicamente spossanti che lo riducono, agli occhi del padre, alla
stregua di una cavia da esperimenti. Da questo momento ha luogo
un viaggio iniziatico, soprattutto per il padre, che riecheggia
in maniera indiretta, il precedente viaggio de Il ladro di bambini.
Il padre decide di portare Paolo in Norvegia, dove abita la fidanzatina
alla quale scrive lettere d’amore. La Norvegia rappresenta
la tappa finale del viaggio dei due. Il gesto simbolico di Kim Rossi
Stuart, quando si libera del bastone di Paolo gettandolo in acqua,
equivale a una definitiva presa di coscienza: da questo momento,
sembra dire il genitore, sarò io a prendermi cura di te.
Non è un rapporto sperecato. Il gesto è bilanciato,
nell’ultima scena del film, dal bambino che rimbrotta il genitore,
incapace di reagire al momentaneo autismo del figlio se non con
il pianto. Paolo apostrofa il padre con il suo consueto accento
romanesco con una frase che risuona come monito per l’intera
vicenda: “nun se fa’ così”. Questa frase
racchiude una notevole forza pedagogica e un’intrinseca generosità:
il bambino, pur conscio delle gravi mancanze del padre, ha perdonato,
ma non dimenticato. Ancora una volta sarà Paolo a uscirne
vincente.
L’argomento è delicato, tuttavia il regista sa trattarlo
con estrema abilità e, almeno nella prima parte, il film
risulta decisamente sopra la media. Alcuni momenti sono eccessivi,
come il personaggio di Charlotte Rampling, non del tutto convincente
abbarbicato com’è nel clichè di “Giovanna
d’Arco al rogo”.
La seconda parte invece è molto più convenzionale,
a cominciare dal momento della clinica, fino al viaggio in Norvegia,
tutto un po’ troppo scontato, un po’ troppo semplicistico,
per una pellicola che fino a quel momento aveva dato altre e più
sincere emozioni.
Sembra che Amelio spinga sull’acceleratore dei sentimenti
per la massa, rendendo il film un Rain man “all’amatriciana”.
Una nota positiva è l’interpretazione. Tutti gli attori
sono molto bravi: il giovane Andrea Rossi nella
parte pressoché di sé stesso e, soprattutto, va sottolineata
la prova di Kim Rossi Stuart, che palesa notevole
intensità drammatica.
Con questo Le chiavi di casa Gianni Amelio dimostra il suo talento
di regista, particolarmente abile nel raccontare storie molto radicate
nella realtà, ma conferma anche il suo limite più
importante, cioè di non riuscire a comunicare un continuum
di emozioni vere, concrete.
Lo stile di Amelio concede ampio spazio alle storie e ai loro protagonisti.
Detto così potrebbe apparire un grande pregio, invece, dopo
aver visto un film del regista calabrese, si prova una sensazione
ambivalente: la forma appare sempre convincente, ma nel suo cinema
aleggia costantemente il sospetto di qualcosa di artefatto, di convenzionale
e di falso, nonostante l’evidente partecipazione emotiva.
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