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La vita che vorrei -
Semplicemente una storia di Amore
di Maria Elena Badini
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REGIA:
Giuseppe
Piccioni
ANNO:
2004
PRODUZIONE:
Italia
INTERPRETI:
Roberto Citran
Fabio Camilli
Galatea Ranzi
Sandra Ceccarelli
Luigi Lo Cascio |
Se
avete visto “Luce dei miei occhi” non potete perdervi
l’ ideale seguito.
Non
si tratta di una prosecuzione della storia naturalmente, tuttavia
il tema dell’ amore è affrontato con lo stesso tono
melanconico, romantico, senza essere mai stucchevole, a tratti drammatico,
ironico, e smitizzante.
Troviamo
ancora una volta, con lo stesso regista, gli stessi attori, sempre
più bravi, mai sopra le righe o sovraesposti: Luigi
Lo Cascio e Sandra Ceccarelli brillano
di luce soffusa, la loro recitazione è semplice, senza essere
monotona, i loro toni raramente urlati.
In
questa pellicola la coppia recita se stessa che recita, tanto che
la Passione che interpretano non è disgiunta da quella personale,
ma è sovrapposta.
Laura,
attrice poco più che trentenne, abituata ad innamorarsi sul
set e nella vita, si insinua nella vita cristallizzata e frigida
di Stefano, artista reduce qualche insuccesso, ma troppo orgoglioso
e distante dai suoi collaboratori, e che, forse per delusione, forse
per indole, si presenta “timido... riservato… insomma,
uno stronzo” per dirla con il truccatore della troupe.
Come
Violetta, Laura è una donna senza un centro, stanca per i
molti fallimenti professionali, dedita all’ alcol e al divertimento
sfrenato, fino a quando “trova una parte scenica” ed
è allora che “diventa veramente Attrice”.
Prima,
senza una parte, senza un “Regista che la guardi”, Laura
non si sente nessuno.
“Pur
non trattandosi di un film sociologico sul cinema”, sono parole
dello stesso regista, è chiaro che Piccioni si soffermi sull’
incapacità dell’ Artista di sentirsi realizzato senza
il suo Personaggio.
Ma
forse, il messaggio sottinteso è anche un altro: in questa
società dei ruoli e dell’ apparire un essere umano
si sente “essere” solo quando è visto, guardato,
riconosciuto.
Non
a caso, nella fusione Vita-Finzione Scenica per i due protagonisti,
non è tanto l’ ultimo ciak o l’ evoluzione fisiologica
dell’ amore a determinare il loro allontanamento: questo ne
è per così dire, il “contorno”, la “forma”.
La
lacerazione avviene quando Stefano è geloso delle attenzioni
maschili su Laura, e lo è a maggior ragione quando Laura
viene notata da quello che era il suo produttore.
E’
l’ invidia, ossessiva, come paura di “non essere guardato”,
di non avere un personaggio e “quindi non essere”.
Ma
non si pensi che la problematica sia trattata in modo approfondito.
Piccioni non fa una critica del mondo della celluloide.
Il
leit-motiv resta l’ amore che nell’ Ottocento o nel
Duemila è forse sempre uguale a se stessa.
Possono
cambiare i costumi, può evolversi il linguaggio, ma la semantica
è assai simile.
Sebbene
si guardi con nostalgico compiacimento alla storia di Violetta e
alla sua tragica fine, Piccioni ne ha affascinato, l’Amore,
quello di tutti i giorni, lascia un sapore di amaro in bocca.
Stefano
non è un eroe, la sua “veste” di uomo romantico
sta bene lì, su quel poster in strada, dove è il primo
piano di lui e Laura in abiti Ottocenteschi, innamorati come fingevano
essere, o come erano, come forse potranno essere o fingere di essere
ancora per rispettare questa volta il loro ruolo nella vita, di
padre e madre.
Le
storie di amore romantiche, non riuscendo a far decidere gli uomini,
facevano morire le donne.
Quelle
moderne le fanno vivere e accettare i propri uomini “che non
cambiano, ma migliorano”.
Anche
questo è solo un concetto sussurrato: “La Vita che
Vorrei” è una Storia di Amore, senza eccessive pretese,
ed è per questo che ha incontrato il nostro gusto e sostegno.
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