REGIA:
James
Head ANNO:
2000 PRODUZIONE:
USA INTERPRETI:
Nicolette
Sheridan
Judd Nelson
Alex McArthur
Trama
Stati Uniti, primi anni del ’900. Una cittadina di provincia
è sconvolta dalle gesta di un serial killer, le cui vittime
sono giovani donne menomate. La possibile quarta vittima, una ragazza
priva della parola, vive in un’immensa villa con un’anziana
signora, i suoi due figli e i domestici. Tra essi si nasconde l’assassino,
e la sventurata dovrà lottare fino alla fine per potergli
sfuggire.
Un
capolavoro assoluto del thriller, la cui tensione, nonostante siano
trascorsi quasi sessant’anni dalla sua uscita, è ancora
genuina.
Gli elementi di punta del genere ci sono già tutti, e come
tali verranno poi ripresi in seguito (e continuano ad essere sfruttati
tuttora) in una miriade di altre pellicole che narrano le gesta
di un qualsiasi pazzo omicida. In primis la scala a chiocciola,
che dà il titolo al film e che non può non ricordare
l’uso magistrale della spirale messo in scena da Alfred
Hitchcock: un titolo per tutti “Vertigo”.
Rilevanti anche le zoomate sull’occhio dell’assassino
o le inquadrature giocate allo specchio, che hanno fatto la gioia
dei fan di Dario Argento e Brian De Palma
negli anni ’70-’80.
La presenza poi di una protagonista portatrice di un qualche handicap,
in grado di trasformare il suo ruolo da vittima a eroina, è
stata ed è tuttora una costante del thriller: da “Gli
occhi del delitto” di Bruce Robinson,
che cita direttamente questo film, in cui la protagonista Uma
Thurman è cieca, a “Gli occhi del testimone”
di Anthony Waller, in cui invece è muta,
a “Gli occhi della notte” di Terence
Young (evidentemente i distributori italiani non brillano
di fantasia nella creazione dei titoli, quasi sempre diversi nella
versione originale) in cui è di nuovo cieca.
E che dire della classica “notte buia e tempestosa”?
O della fioca luce della candela che si spegne sprofondando la cantina
nel buio? O delle stanze immense riempite da gravosi silenzi, giustificati
dal mutismo della protagonista? Le “regole” sono seguite
alla lettera (o forse in parte create, e a seguirle sono stati in
seguito gli altri): ecco perché, quando una povera fanciulla
si allontana esclamando “Torno subito!”, chi ha amato
“Scream” non può che pensare ad una
fine preannunciata che puntualmente si avvera.
Se quindi la regia di Siodmak è davvero eccezionale, un plauso
altrettanto meritato è da destinarsi alla fotografia, splendida
in un bianconero gotico che in certi momenti ricorda le vette dell’espressionismo
tedesco degli anni ’20, con i suoi giochi di luci e ombre
favoriti in questo caso dai continui lampi.
Anche le scenografie sono notevoli, tanto sfarzose nei lussuosi
ambienti della villa quanto angoscianti nella oscura cantina. E
benché l’intera storia si svolga quasi totalmente nell’arco
di una notte (anche questa non è una novità del thriller,
basti pensare ai capostipiti di saghe quali “Halloween”
o “Venerdì 13”) e all’interno
della stessa casa, il continuo succedersi di eventi non lascia mai
spazio alla noia.
C’è comunque da rilevare, per quel che riguarda la
trama, che alcune soluzioni giocate su una psicologia alquanto spicciola
(il modo in cui la protagonista perde e riacquista la parola) o
alcune concessioni al luogo comune (la cuoca ubriacona) possono
far sorridere lo spettatore attuale. Il quale, ormai svezzato da
gialli intricatissimi, non avrà poi molte difficoltà
ad individuare l’assassino all’interno della ristretta
cerchia di sospettati.
Rimane comunque il fatto che quell’ombra avvolta nel mantello,
quell’ombra che appare fugace nel parco grazie all’accendersi
di un lampo e poi torna a fondersi con la notte, strappandoci un
brivido, quell’ombra che si nasconde dietro lo stipite della
porta e spia le mosse della sua vittima, essa è padre di
tutti i Michael Myers, di tutti i Jason, di tutti i pazzi scatenati
che hanno infestato il grande schermo. E che ancora non siamo riusciti
ad esorcizzare.