REGIA:
Roger
Corman ANNO:
1961 PRODUZIONE:
USA INTERPRETI:
Anthony
Carbone
Luana Anders
Barbara Steele
John Kerr
Vincent Price
Trama
Un nobile spagnolo del ’500 (Vincent Price),
figlio di un grande inquisitore, vive nel dolore per la perdita
della moglie (Barbara Steele) e nel terrore di
averla sepolta viva. Il fratello di lei giunge dall’Inghilterra
per indagare, ma ciò che scoprirà sarà ben
diverso da quanto creduto da tutti. Perché l’eredità
del grande inquisitore è ben lungi dall’essersi consumata…
Secondo
degli otto film che Roger Corman ha girato negli
anni ’60 traendo spunto dalle storie di Edgar Allan
Poe, è uno dei più riusciti. Il regista si
circonda come al solito dei suoi abituali collaboratori, il che
dà un tocco unitario di omogeneità al ciclo. Richard Matheson, il famoso scrittore mille volte
saccheggiato dal cinema (da “Duel” di Steven
Spielberg a “Echi mortali” di David
Koepp), si occupa in sede di sceneggiatura della traduzione
per il grande schermo degli incubi di Poe, rimpolpando la storia
dove sia troppo scarna o rendendo manifesto ciò che sulla
pagina scompare fra le righe. Anche in questo caso del racconto
originale rimane la lunga tortura del pendolo, ma gli intrighi amorosi
sono frutto della sua mente. Daniel Haller, scenografo, e Floyd Crosby,
direttore della fotografia, lavorano assieme per immergere questi
film in atmosfere decadenti, dal barocco al neogotico, ricche di
colori e in alcuni momenti quasi psichedeliche. Indimenticabili
le candele purpuree o la ripresa dal basso dei torrioni del castello
(sempre lo stesso!) presenti in tutti i film.
Considerando i pochi mezzi e il breve tempo a disposizione (si tratta
di pellicole girate con cifre irrisorie), il loro lavoro rimane
un altissimo esempio di artigianato creativo.
Autore della colonna sonora è Les Baxter,
le cui composizioni non particolarmente originali sono efficaci
in questo film ma non altrettanto in altre pellicole, dove alla
lunga risultano stucchevoli.
Se tutti questi elementi, uniti all’esperta regia di Corman,
sempre in bilico tra raffinato manierismo e autentici colpi di genio,
già basterebbero a rendere interessante la pellicola, il
vero pilastro portante rimane comunque il veterano Vincent
Price. Interprete di ben sette degli otto titoli (solo
in “Sepolto vivo” è sostituito da Ray
Milland), è entrato di merito nella storia del cinema.
Sempre sopra le righe, sempre palesemente teatrale, eppure così
perfetto nel suo istrionismo per rendere evidenti le stranianti
angosce tutte psicologiche dei personaggi di Poe. Quando, verso
la fine del film, lo spirito del crudele inquisitore entra in lui,
il lampo di luce che gli si accende negli occhi e gli stravolge
l’espressione in un ghigno diabolico è un momento di
grande, grande cinema.
Un classico da riscoprire, quindi, per rendersi conto di un momento
d’oro del cinema horror (contemporaneamente in Inghilterra
impazzavano infatti le pellicole della Hammer Film, con Christopher
Lee e Peter Cushing) cui tuttora gran
parte del cinema fantastico è debitore: da Tim Burton,
che lo dichiara apertamente e ne rende omaggio in “Edward
Mani di Forbice” (ultima apparizione di un già
malato Vincent Price) e ne “Il mistero di Sleepy Hollow”,
a Francis Ford Coppola e Joe Dante,
i quali si fecero le ossa proprio nella “factory” di
Roger Corman.