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Il Natale rubato -
di Sergio Sozi
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REGIA:
Pino
Tordiglione
ANNO:
2003
PRODUZIONE:
Italia
INTERPRETI:
Patrizio
Rispo
Filomena Di Talia
Mario Porfito
Enrico Tordiglione |
Trama
Il bracciante agricolo Fortunato ha bisogno di soldi per far operare
la figlia gravemente malata. La disperazione lo induce al sacrilegio:
ruba alcune preziose statuine di argilla dalla Chiesa Parrocchiale
di Fontanarosa.
Ci sono, in Irpinia, due piccoli comuni chiamati Bonito e Fontanarosa,
in provincia di Avellino, che probabilmente mezzo milione di italiani
ora conoscerà pur vivendo a Vicenza, Ancona o Caltanissetta.
Perché? Per via del cinema, anzi di un miracolo cinematografico
della provincia italiana… la tanto disprezzata, ingiuriata
e detestata italietta; ma anche e soprattutto per via di Pino
Tordiglione, regista-sceneggiatore-produttore campano,
nonché della sua pellicola ''Il Natale rubato'': un
lungometraggio costato noccioline (750 milioni di lire), anche se
paragonato alla più economica produzione mettiamo portoghese,
ma in realtà frutto di lacrime e sangue se specifichiamo
che il signor Tordiglione, su ''Il Natale rubato'', ha investito
gli interi suoi risparmi – originariamente destinati alla
costruzione della casa nuova!
Un pazzo, andrà sicuramente chiosando la gente fra i caffè
e i giardini pubblici, alle fermate dell'autobus. Un pazzo, certo,
ma soprattutto l'artefice di un'opera che dà il buon esempio
a questa Italia malata di grandezza, multisale, super distribuzione
(e sanguesesso a volontà in qualsiasi film che voglia raccattare
qualche soldo, si sa: brutti tempi per una parola che non insulti
e un'immagine che non ferisca). Sì, perché ''Il Natale
rubato'', dopo esser stato visibilmente scartato e ignorato (facile
immaginare i commenti sarcastici alle spalle del povero Tordiglione)
da commissioni finanziatrici statali, distributori vari e produttoroni
assortiti, per via della sua presunta ''non collocabilità''
sul mercato, è riuscito, grazie al passaparola e all'Associazione
dei Piccoli Comuni d'Italia, a trovare una strada comunque buona
(''nonostante'' l'assenza di violenza, sesso e avanguardistiche
contorsioni) per farsi vedere, appunto, fin ora, da ben mezzo milione
di italiani.
E come? Grazie alle piccole sale, soprattutto le parrocchiali, e
alle proiezioni fatte in altri modesti spazi (per esempio nei centri
sociali, le palestre comunali, le sedi delle associazioni culturali).
Ed ora Pino Tordiglione non riesce a dare i resti, come si suol
dire, perché trenta copie del suo film ''buono'' e ''per
tutti'' sono diventate insufficienti, considerato che l'autore intende
proiettarlo anche nei reparti pediatrici degli ospedali per ''dare
un sorriso ai bimbi malati'', come afferma. E tutto ciò alla
faccia della plenipotenziaria, volgare prepotenza, di cui fa vanto
ovunque nel Mondo quella Paperopoli dollaresca chiamata Hollywood,
alla quale sicuramente settecentocinquanta milioni bastano solo
per coprire le spese di spedizione delle ''pizze'' di un qualsiasi
Mel Gibson.
E pensare che anche Perugia avrebbe il suo Tordiglione, recito a
me stesso, cullato da certi bei ricordi della via dove abitavo,
via dei Priori, e della ''fauna'' che ivi bighellonava, stazionava,
sopravviveva.
Già, sopravviveva anche per mezzo di forme bistrattate e
sublimi di commercio, come quella dei libri usati che l'uomo in
questione, Gabriele Anastasio, praticava in una ormai ''storica''
bancarella, stabilmente posta all'ingresso delle scale mobili. Tre
anni di tempo per pagare i debiti, concedeva, ai suoi acquirenti
di ogni età e ceto sociale, Gabriele Anastasio, regista-sceneggiatore-produttore-operatore
e quant'altro, perennemente afflitto dall'ammirazione per i grandi
del cinema italiano ed europeo quanto ammaliato da poetici sogni
trasponibili su pellicola… e sicuramente ancor meno dotato
di liquidi del citato Tordiglione. Sei o sette film deve ormai averli
girati, Gabriele Anastasio, tra telecamere in usucapione e prestazioni
d'opera volontarie, proiezioni nei cinema d'essay e sporadiche partecipazioni
a rassegne da cronaca locale, dico a me stesso, ancor sonnecchiando
nella bambagia di uno striminzito sogno orgogliosamente provinciale:
quel sogno che vede una rinascita del nostro cinema sorgere dal
basso, cioè dalla cultura di chi alla cultura crede e la
cultura pratica, sia per fede interiore che grazie ad una reale
conoscenza dell'Italia e gli italiani.
Per questi Anastasio e Tordiglione la tecnologia è una secondaria
opzionalità – o un indispensabile ''optional'', come
potrebbe correggermi qualche noto trombone che non abbia fantasia
bastante per giustificare la nascita di un film.
E qui finisce il mio scarno e arrabbiato augurio onirico: con la
visione di un'Italietta rivivificata e sonora, autentica e pindarica,
persa fra muse guizzanti entro salette dai ridicoli schermi e dai
duri scranni economici. Nobili immagini in abiti economici, questa
è da sempre l'arte, signore e signori: Ariosto non aveva
bisogno di penne di pavone e Fellini sarebbe stato Fellini anche
inquadrando col Superotto la sua candida Giulietta.
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