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Fahrenheit 9/11 -
di Livio Marciano
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REGIA:
Michael
Moore
ANNO:
2004
PRODUZIONE:
USA
INTERPRETI:
Michael
Moore
George W. Bush
Debbie Petrikenr |
Fahrenheit
9/11 è la nuova inchiesta-spettacolo di Michael Moore.
Il titolo riecheggia il bellissimo romanzo di Ray Bradbury,
già portato sul grande schermo da Truffaut.
Questo nuovo Fahrenheit non c’entra nulla con i precedenti,
se non nel condividere preoccupazione nell’immaginare un futuro
prossimo da incubo.
Il lavoro di Moore si prefigge di fare contro-informazione, denunciando
i loschi traffici di Bush (George Sr. nell'ombra
e George W. Jr. alla luce del sole) e del suo staff per difendere
i propri interessi personali anziché quelli dei cittadini
da cui (non) ha ricevuto mandato presidenziale.
Il punto di partenza è la contestata elezione con cui, per
una manciata di discutibili voti, Al Gore fu sconfitto
da Bush. Conseguenza pressoché immediata
di questa “sciagurata” elezione fu l'attentato al World
Trade Center.
Con Fahrenheit 9/11 il regista protrae le sue indagini e le sue
battaglie a favore della libertà d’informazione e d’inchiesta:
cerca di mostrare al pubblico le motivazioni e le dinamiche che
hanno portato all’immensa catastrofe dell’11 settembre,
di scoprire nuovi dettagli su Enduring freedom, l’operazione
militare americana nata per la lotta al terrorismo dopo la suddetta
tragedia.
Protagonisti della vicenda sono coloro che detengono attualmente
il potere in America: il presidente George W. Bush e tutti i collaboratori
che lavorano al mantenimento di questo potere: il suo vice Dick
Cheney, il ministro della difesa Donald Rumsfeld,
il segretario di Stato Colin Powell, il consigliere
alla sicurezza Condoleeza Rice.
La presidenza di Bush viene descritta come un crescendo di giochi
di potere che portano all’attuale politica del terrore, costruita
a tavolino per giustificare guerre contro regimi dittatoriali lontani,
rei di detenere il controllo del bene più prezioso del mondo:
il petrolio.
Moore cerca di dimostrare, basandosi sui fatti concreti, che tutto
ciò che il governo decide per il proprio popolo ha il solo
scopo di favorire e accrescere il potere di quella strettissima
cerchia di uomini che proteggono Bush, patinato da un falso interesse
per i più deboli e gli emarginati.
Il regista sofferma gran parte della sua attenzione sulla guerra
in Iraq: cerca testimonianze coinvolgendo uomini e donne provenienti
da diversi strati sociali e dalle diverse opinioni. Michael Moore
ha uno stile quasi cabarettistico-spettacolare nel proporsi al pubblico
ed è per questo che i suoi lavori ottengono una così
vasta popolarità. Tuttavia gli va riconosciuto il merito
di basare le sue condivisibili tesi su una scrupolosa raccolta di
prove, testimonianze, dati, cifre, interviste. L’apparente
bonomia da “pacioccone” corpulento non deve ingannare:
egli è uno scaltro conoscitore dei meccanismi spettacolari.
Moore, pur di ottenere il consenso del pubblico, sa utilizzare e
dosare con maestria i più svariati registri retorici. Il
divertimento: disegna Bush e i suoi alleati come la saga di personaggi
tratti dai telefilm di "Bonanza"; l’orrore: mostra
l'11 settembre nella maniera più cruda e atterrita di chi,
testimone oculare della vicenda, non poteva fare altro che guardare;
l’indignazione: documenta l’infamità della classe
dirigente nel reclutare le forze per combattere dalle classi sociali
più disagiate, ai margini del sistema; il cinismo e l’ignoranza:
agghiaccia con le dichiarazioni dei giovani e spavaldi soldati,
carichi di adrenalina per gli imminenti scontri a fuoco; l’ambiguità
del popolo americano: segue il cammino della madre di un soldato
al fronte, dapprima acritica nei confronti della guerra e, immediatamente
dopo, distrutta dal dolore per l'inutile morte del figlio.
Il regista canadese affronta molteplici argomenti, apre tante parentesi,
procede con una narrazione sempre più articolata e non sempre
lineare, per cui il risultato appare, nel complesso, meno efficace
rispetto al precedente Bowling a Columbine, che aveva il grande
pregio di coniugare forma e sostanza.
Moore costruisce il suo film principalmente su materiale di repertorio:
interviste, incontri, spezzoni tratti da servizi giornalistici o
da programmi televisivi di attualità. Il montaggio, in questo
caso, è più una sorta di puzzle, di collage, in cui
il lavoro del regista consiste nel prendere il materiale, archiviarlo,
ordinarlo cronologicamente e logicamente e nell’unire le parti
aggiungendo materiale da lui creato per dare una finalità
logica al tutto, attraverso voci over, nuove interviste, riprese,
spesso quasi amatoriali.
Grande merito di Moore è il saper bilanciare le parti serie
e drammatiche, con altrettanti momenti di distensione ironica e
sarcastica di cui è egli stesso protagonista in prima persona.
Fahrenheit 9/11 ha l’indubbio merito di costituire un’importante
voce di dissenso nei confronti di un’amministrazione che bada
esclusivamente all’interesse dei pochi, non esitando a sacrificare
milioni di vite umane sull’altare del denaro e del potere.
Una drammatica situazione che dovrebbe far riflettere non
solo gli americani ma l’intero mondo, in particolare molti
alleati della “grande” America (isn’t it Mr. Blair,
Mr. Berlusconi?).
Premesso che si riconosce una valenza fortemente informativa e positiva
alla pellicola, è necessario segnalarne le debolezze dal
punto di vista schiettamente formale e ideologico.
Innanzitutto non si tratta di un documentario.
Il film documentario deve seguire delle regole grammaticali ben
precise, rispettando valori formali che questo Fahrenheit non ha.
Semmai possiamo definirlo una buona inchiesta in stile televisivo.
Televisivo è il taglio delle immagini; cabarettistico-spettacolare
è anche il tono e lo stile del conduttore. Se dovessimo trovare
un paragone a noi vicino potremmo definire l’operazione a
metà strada tra le inchieste di Report e l’ironia populista
e a buon mercato de Le iene.
La debolezza ideologica è di partire da un punto di vista
già dichiaratamente di parte, che tende a modellare il materiale
a disposizione sulle proprie convinzioni, molto giocato su una contrapposizione
ad effetto che, alla lunga, perde profondità.
Inoltre abbastanza discutibile è la scelta di mostrare il
presidente americano come una macchietta da cabaret, ridicolo e
sempre con la battuta pronta, cosa peraltro dolorosamente vicina
alla realtà ma, come accade al Premier italiano nelle varie
trasmissioni “satiriche” (cfr. Striscia la notizia),
può provocare un effetto boomerang sul pubblico inducendolo
a sottovalutarne l’effettiva, quanto drammatica, pericolosità.
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