|
|
- Confessioni di una mente pericolosa - di Francesco Ippolito
 |
REGIA:
George Clooney
ANNO:
2002
PRODUZIONE:
USA
INTERPRETI:
George Clooney
Drew Barrymore
Julia Roberts
Sam Rockwell
|
Pellicola interessante, certo non un contributo indimenticabile ma, comunque, portatrice di alcune interessanti novità; a partire dall'insolita rappresentazione del "killer", per una volta (finalmente!) delineato non come freddo e impassibile assassino, ma come elemento comune, "normale" (si fa per dire…) espressione di una realtà sociale che richiede, tramite i canali secondari delle agenzie segrete, liberi professionisti capaci di uccidere con disinvoltura e senza farsi troppe domande.
Il tema della "assuefazione da omicidio", per così dire, è affrontato con leggerezza (nel senso buono della parola), pur non rinunciando a quella solenne gravità che si rende necessaria, in contesti di questo tipo, per esprimere al meglio il tormento interiore derivante dalla consapevolezza di essere diventati vittime di se stessi, carnefici involontari, oggetti sacrificali incapaci di uscire da quella sorta di limbo fatto di paranoiche frustrazioni.
Il protagonista, Chuck Barris, è un personaggio che stupisce, tanto leggero e scanzonato quanto serenamente feroce nel portare a termine gli incarichi che gli vengono affidati. Probabilmente proprio quella sua normale e comune "mediocrità esteriore" lo porta ad essere il killer ideale, insospettabile ed efficace al tempo stesso (quando confessa alla moglie di essere un assassino e di aver ucciso trentatré uomini non viene creduto, e il commento che riceve dalla sua consorte è una allegra e beffarda risata, che subito lo coinvolge).
Chuck Barris, nella realtà, esiste veramente: è un vecchietto di settantatrè anni e vive a New York. Nella sua "autobiografia non autorizzata", come lui stesso ama definirla, confessa di aver ucciso per conto della Cia trentatré uomini durante le sue trasferte all'estero in veste di accompagnatore per le coppie protagoniste del programma da lui ideato: un alibi perfetto, non c'è che dire… ma questa confessione, corrisponde a verità?
Dare una risposta certa è impossibile.
Barris, ideando programmi televisivi leggeri e di puro intrattenimento (quelli che da noi sono stati importati come "La corrida" e "Il gioco delle coppie") dimostra chiaramente di conoscere i gusti del pubblico e di saperli assecondare.
Forse una risposta certa non è nemmeno auspicabile: una parte del fascino del soggetto è anche collegato alla possibilità che, nella realtà, uno dei personaggi più popolari dell'etere degli anni sessanta possa essere stato, contemporaneamente, anche un agente segreto.
Altro pregio del film è l'aver saputo alleggerire l'esposizione di un tema difficile, e già largamente utilizzato dal cinema, con attimi di leggera spensieratezza che si esplicitano sullo schermo con gags fantasiose e divertenti. Lo spettatore viene catapultato in una sorta di stato emotivo allucinato e isterico, con sbalzi improvvisi da situazioni di vitale allegria a contesti improvvisamente più tetri e dolenti, drammaticamente ben costruiti.
La fotografia è squisitamente opalescente con quel suo insistere su qualità coloristiche tipiche del telefilm poliziesco in stile "anni settanta": anche questo, indubbiamente, contribuisce a rendere un'atmosfera cinematografica ricca di stimoli.
Il montaggio fa uso di tecniche diverse, non omogenee e coraggiosamente accostate: a partire dal montaggio alternato tra due contesti temporali differenti (si pensi al dialogo tra il protagonista e sua moglie che si interseca, senza soluzione di continuità, con la chiacchierata "aggressivamente amichevole" intrapresa al bar con un anonimo frequentatore dello stesso) che vengono collegati stilisticamente con il preciso intento di sottolineare un accumularsi di tensioni nervose che il protagonista riesce a sfogare tramite insulse risse da bar.
Un film divertente e inquietante allo stesso tempo, con reminiscenze "pulp" (mi si perdoni l'inglesismo, qui dolorosamente necessario) mischiate a elementi spiccatamente grotteschi, il tutto coperto da una sottile e inevitabile patina di schizofrenia latente; insomma, stupisce piacevolmente, lasciando leggermente disorientati, l'esordio di George Clooney dietro la macchina da presa.
Contatta l'autore
|
|