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- Agata e la tempesta -
di Livio Marciano

REGIA:
Silvio Soldini
ANNO:
2004
PRODUZIONE:
Italia
INTERPRETI:
Marina Massironi
Claudio Santamaria
Emilio Solfrizzi
Giuseppe Battiston
Licia Maglietta

 

Agata, una libraia soddisfatta del proprio lavoro, si innamora di un ragazzo più giovane. La sua vita viene ulteriormente sconvolta da un'improvvisa rivelazione: l’amato fratello Gustavo scopre di essere figlio illegittimo di una contadina della Bassa Padana. Romeo, folcloristico rappresentante di abbigliamento e suo vero fratello, gli racconta la scomoda verità. Ad Agata e Gustavo non resta altro che cercare di conoscere la nuova famiglia e iniziare un’altra vita.
La tempesta del titolo viene sottolineata dalle inquadrature iniziali, che attraverso frenetici e circolari movimenti di macchina, anticipano alla protagonista il vortice in cui sarà trascinata.
Il nuovo film di Silvio Soldini parte dal finale del precedente, Brucio nel vento. Nella pellicola, tratta dal romanzo di Agota Kristof, prevalevano toni cupi, da melodramma, ma il finale virava inaspettatamente a commedia colorata, falsandone la prospettiva. L’inatteso successo di Pane e tulipani deve aver convinto il regista a riprovarci. Agata e la tempesta è un film che convince poco, in cui Soldini spinge sull’acceleratore della commedia dolceamara con toni decisamente superficiali.
Prerogativa del cinema del regista italo-svizzero è stata, fin dagli esordi felici de l’aria serena dell’ovest e un’anima divisa in due, la delicatezza del tocco, la capacità di affrontare temi spinosi ma con grande sensazione di leggerezza. Tale leggerezza non è da confondersi con superficialità o atmosfere da commedia spensierata. I protagonisti dei migliori film di Soldini sono sfiorati dal destino, si incontrano, ma non si scontrano. Il destino, la casualità, il magnetismo e ciò che non si può esplicare razionalmente sono temi cari al suo cinema. A questi stilemi si può ricondurre anche Agata e la tempesta.
C’è però qualcosa che non funziona, che lo rende oltremodo pesante, grottesco, talvolta perfino irritante. Il film sembra ispirarsi a Pedro Almodovar, maestro spagnolo del Kitsch, con citazioni palesemente esplicite. La scena in cui alcuni dei protagonisti si trovano in giardino sulle sdraio al sole fa ritornare immediatamente al film Parla con lei. Così come Agata rappresentata al cinema in un melodramma stile Matarazzo anni ’50, è un rimando all’appena citato film di Almodovar, con la storia in bianco e nero dell’attrazione uterino-fetale.
Il film è interamente giocato sul kitsch, ma è un territorio in cui Soldini non sa muoversi a proprio agio. I risultati sono deludenti e il grottesco non si trasforma automaticamente in comico, sfiorando spesso l’imbarazzo. E’ il caso del ritrovamento fortuito del padre da parte di Gustavo, oppure delle varie performance erotiche di Romeo. La figura di Romeo, peraltro magistralmente interpretata da Giuseppe Battiston, rende bene l’idea del pataca della Bassa, ma certo i personaggi romagnoli di Fellini erano tutta un’altra storia!
Brava anche Licia Maglietta, sempre molto simpatica e comunicativa.
Non basta però la bravura di alcuni attori a reggere sulle spalle il peso di un film fortemente sbilanciato.
Soldini è regista di emozioni in punta di piedi, di pensieri spesso solo accennati, di passioni che non esplodono completamente, di tocchi raffinati, di destini che si incrociano, si sfiorano, di sentimenti che passano: è questo il cinema che ne esalta le capacità.
Agata e la tempesta possiede qualcosa dello stile del regista, ad esempio l’assunto di partenza della nuova identità di Gustavo, l’idea che dietro l’angolo c’è sempre una nuova vita che va comunque inseguita; i personaggi che si relazionano, pur estrapolati da contesti diversi; la consapevolezza che la realizzazione dei propri desideri comporta cambiamenti radicali.
Il film si apre e si chiude con la morte, per sottolineare che la commedia richiede i suoi sacrifici. La prima morte è il motore della vicenda: la vecchia madre confessa a Romeo il peccato di un figlio illegittimo. La morte del finale è l’agnello sacrificale, la scintilla del film, colui che con la sua vitalità ha stravolto la vita di coloro che ha incontrato: Romeo.
Per sottolineare i toni da commedia Soldini escogita un mezzo scenico piuttosto discutibile. La morte di Romeo si consuma sulla strada, causata da un asino. La vicenda parte da Genova, che rappresenta la prima fase della vita di Agata e Gustavo e si conclude nella Bassa Padana. Soldini si limita a un’ambientazione molto stereotipata. Genova viene resa con ciò che in letteratura si definirebbe un topos, cioè un luogo comune. Genova città chiusa, aspra, poco riconoscibile, l’immagine che potrebbe fornire il mediocre turista arrivato per caso. A Genova viene contrapposta la vasta, colorata, aperta Padana di Cicognara, anche in questo caso poco distante dalle impressioni turistiche raccolte in un qualsiasi bar di una qualsiasi località della provincia italiana.
Da un regista come il ticinese ci si aspettava sinceramente qualche cosa di più.
Non aiutano certo nella valutazione della pellicola le macchiette disseminate nel film, a cominciare dal geometra, interpretato da Carla Astolfi, per arrivare ad una irritante Massironi nel ruolo della moglie di Gustavo, oppure alle immancabili figurette di genovesi “mugugnone”.
Il film è un’occasione persa da Soldini. Molti erano i motivi sui quali fare una riflessione originale, invece si è scelta la strada del facile applauso, della scena spesso dominata da un certo gusto per il cabarettismo televisivo imperante.
Il tema della lettura e dei libri ad esempio, anziché semplice espediente narrativo-relazionale, poteva servire come spunto per un utilizzo magari mutuato da modelli letterari. In questo caso poteva essere di aiuto Calvino, che tanto spazio ha dato alla componente lettura, creando personaggi indimenticabili (cfr. il meraviglioso bandito Gian dei Brughi de Il Barone rampante).
Nuoce, a un film così volutamente complesso, la mancanza di una sceneggiatura “blindata”, capace di colmare vuoti narrativi spesso evidenti. Molti passaggi rivelano la scarsa volontà di creare un nuovo linguaggio da parte di un regista che ha la necessità di ritrovare lo smalto dei suoi esordi perduti.

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